giovedì 10 aprile 2008

Free Tibet 2 - L'Impero (celeste) colpisce ancora -

Posto due interventi interessanti in merito alla scottante vicenda tibetana.
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Dal blog del maestro Rampini, una citazione da Barack Obama:

Perche’ siamo impotenti con Pechino: è molto difficile dire al tuo banchiere che ha torto. Finché abbiamo immensi deficit e un grande debito pubblico nazionale e prendiamo prestiti continuamente dalla Cina, questo ci dà scarso potere di pressione. Abbiamo meno autorevolezza per parlare di diritti umani, e abbiamo anche meno autorevolezza per parlare delle relazioni commerciali squilibrate con la Cina”.

E un frammento di un articolo del Professor Stefano Cammelli tratto dal bellissimo ed interessantissimo sito Polonews.info:

Trasformando il problema tibetano in una questione nazionale la protesta occidentale è andata a stimolare corde e accenti pericolosissimi e che garantiscono una risposta schematica, brutale, retrograda. Era questo che si stava cercando? Colpire la Cina che cambia in modo da essere sicuri che non muti? Se era questo l’obbiettivo strategico di queste manifestazioni credo sia giusto dire che il successo è stato verosimilmente raggiunto, la vittoria sembra essere piena. Al tempo stesso è proprio questa sostanziale complessità che suscita scetticismo negli esperti di fronte alla pochezza culturale, molto oltre la soglia del ridicolo, di coloro che parlano di un Tibet indipendente”.

In sintesi: " Free Tibet? " o " Tibet? " ??
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Quanta confusione, quanta pochezza in occidente quando si parla di ideali e di diritti umani,
e quante certezze nel momento in cui si parla di soldi.

martedì 25 marzo 2008

No Ruz

“Una città vivibile, almeno per qualche giorno, ci voleva proprio”.
In queste poche parole il succo di un momento importante per l’Iran, il Capodanno persiano, vissuto da un italiano a Teheran.

Il “No Ruz” appunto, il Capodanno persiano, é probabilmente la festa più sentita dalle famiglie iraniane, paragonabile al nostro Natale. Il Nuovo Giorno, questo il significato di "No Ruz", cade il 21 marzo di ogni anno, in occasione dell’equinozio di primavera. Per gli iraniani è iniziato l’anno 1387, mentre per i Zoroastri ricorre l’anno 3746, corrispondente all’anno 2538 dalla costituzione dell’antico impero persiano. In questi giorni, seguendo la tradizione, le famiglie iraniane ritornano ai loro villaggi di origine per festeggiare con amici e familiari e, di conseguenza, la città si svuota. Pochissimo traffico, finalmente un pò d’aria pulita e il cielo blu. Ma anche nulla da fare in città, negozi chiusi e servizi ridotti. In sintesi un momento di calma, un letargo che addormenta la metropoli a momenti alterni per circa due settimane.

Ho avuto l’occasione di festeggiare con un gruppo di ragazzi iraniani il tradizionale “Chahar Shanbe Suri”, la vigilia dell’ultimo mercoledì dell’anno. Durante la notte tra gli ultimi martedì e mercoledì dell’anno tutti i popoli dell’antica Persia zoroastriana al tramonto saltano 7 volte su dei falò, esprimendo il desiderio che l’anno nuovo sia fertile e clemente con tutti, che il fuoco bruci i mali del passato e doni un nuovo calore e colore ai volti di ciascuno. La serata si anima quindi di fuoco, musica dalle casse delle automobili, petardi e fuochi d’artificio, canti, balli, salti e alcool nascosto in anonime bottiglie, per poi dirottarsi verso uno dei tanti party in corso negli appartamenti dei giovani, trasformati per l’occasione in vere e proprie discoteche.

La cosa veramente interessante è che il No Ruz è una festa pagana, ed infatti è festeggiata anche dalle minoranze etniche persiane e dalle comunità etniche al di fuori del paese, quali Kurdi, Afghani, Hindù , Tagiki, Pakistani, Mozabiti in Algeria e Zooroastriani. Per questo il Governo e le autorità ecclesiastiche, quindi islamiche, dell’Iran la osteggiano fortemente e cercano in ogni modo di ostacolarla. Inutilmente, perché anche se nella notte del “Chahar Shanbe Suri” la città è pattugliata e gremita di poliziotti e soldati, la gente e i ragazzi festeggiano lo stesso, correndo il rischio di venire segnalati, persino arrestanti.


martedì 18 marzo 2008

Free Tibet?

In attesa del Norouz, il Capodanno iraniano, che mi terrà impegnato nei prossimi giorni e del quale spero di potervi raccontare presto, due parole sul Tibet.

Sui media rimbalzano notizie eterogenee.
Dai commenti “pro-Pechino” che mettono in dubbio non solo la veridicità della repressione in atto da parte dell’esercito cinese, ma le stesse ragioni della rivolta. Eccovi il link a un articolo con spunti molto interessanti pubblicato da Altrenotizie.

Alla platea dei sostenitori del popolo tibetano che parlano di “genocidio” (“culturale” però, non si sa mai…), “repressione brutale”, “centinaia di morti” (per ora non se ne sono visti più di uno o due) seguiti da attori, starlette e filantropi della domenica che si sono svegliati improvvisamente quasi cinquanta anni dopo l’invasione del Tibet pretendendo il boicottaggio delle Olimpiadi. Alcuni link: Free Tibet Campaign e Associazione Italia-Tibet.

Mi chiedo cosa credano si possa ottenere da tale boicottaggio?
Vogliamo fare degli atleti gli ambasciatori della pace?
Perché poi solo adesso e solo in Cina?
Che non mi si venga a raccontare che il Tibet sia l’unico caso di repressione al mondo…

E mi chiedo perché nessun paese sia disposto a criticare seriamente Pechino in merito al Tibet? Chi rischierebbe di inclinare i rapporti con il gigante economico asiatico nel nome di dieci monaci tibetani? Ma fatemi il piacere.

Alcuni esempi: il Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha rilanciato l'appello al Governo cinese perché apra un dialogo con il Dalai Lama; la Commissione UE ha espresso “preoccupazione” e ha invocato “moderazione da ambo le parti”, precisando che “un boicottaggio delle Olimpiadi non sarebbe la soluzione appropriata per lavorare in favore del rispetto dei diritti umani”; l’India ha esortato il suo vicino a “trovare una soluzione non violenta”; la Russia ha dato il suo sostegno al governo cinese nelle “misure necessarie ad arginare le violenze illegali”.
Ecco la solideriatà al popolo tibetano. Quale decisione, quanta fermezza.
Ipocrisia pura.

Anche da parte di Pechino, anzi, soprattutto da parte di Pechino.
Che ora censura, reprime, minaccia e perde forse un’occasione: quella di concedere qualche effimero diritto all’autonomia tibetana, un contentino per metterli zitti e fare bella figura davanti al mondo intero. Tanto la colonizzazione del Tibet passa attraverso altri canali, più che quello politico, quello religioso e quello culturale, è il colonialismo economico quello che conta. La Cina soggioga e inginocchia il Tibet con il denaro, e per il denaro, prima di tutto.

Come ci ricorda sul suo blog Federico Rampini (secondo il mio modesto parere, un grande analista politico ed economico sull’oriente), le vere ragioni della determinazione con cui Pechino da 58 anni tiene in pugno questa immensa nazione montagnosa e semidesertica sono:
  1. Il suo ruolo originario di cuscinetto strategico in vista di un conflitto con l’India e/o con altre potenze presenti nell’Asia centrale;
  2. La scoperta più recente di ricchi giacimenti di materie prime e metalli rari che fanno del controllo del Tibet una risorsa essenziale per lo sviluppo industriale delle zone costiere;
  3. Il significato simbolico che questa regione ha nella storia del buddismo in una fase di riscoperta del retaggio religioso tra alcune fasce della popolazione cinese.

Solidarietà al popolo tibetano quindi, ma non troppa, giusto quella che ci vuole per fare bella figura e apparire moralmente puliti.

E lunga vita a Calderoli, retto difensore dei diritti dei popoli, rinomato pacifista e simbolo vivente della tolleranza, che ha detto: “Un paese come la Cina che non rispetta i diritti umani non merita di ospitare le Olimpiadi, che sono invece il simbolo della comunanza tra i popoli”. Scusate, ma mi viene da ridere.

mercoledì 12 marzo 2008

Lettera di una madre

Oggi mi è capitata una cosa.
Sono inciampato su un foglio, su una lettera.
E sono caduto. Commosso.
Basta poco a volte, solo un gesto, una lettera.
Per lasciare un segno. Indelebile.

Leggetela qui. Vi prego.

martedì 11 marzo 2008

L'appartamento italiano (o quasi...)

Ebbene si, ce l’abbiamo fatta!
Io e il mio collega stagista, Alessandro, abbiamo finalmente trovato un appartamento decente ed ad un prezzo accettabile nel quale passare i prossimi mesi qui a Teheran.
Ora, anche se ci siamo trasferiti da tre giorni e dobbiamo ancora sistemarci per bene, l'atmosfera che regna in quel posto è stata chiara da subito: bucolica e pomposa.
Sembra di stare a Las Vegas negli anni sessanta, giuro. Controsoffitti dorati, luci blu intermittenti, arredamento kitschissimo. Oggetti, ninnoli, soprammobili e suppellettili ovunque. Pelli di chi sa quali bestie in terra e corna alle pareti.
In sintesi: un inferno!
Ho messo qualche foto tanto per darvi un’idea: sembra la casa di un pappone gitano, l’appartamento più “pimp” che abbia mai visto (anche se da quanto ci è stato riferito pare sia il tipico gusto iraniano di città).

Vabè, sarà dura ma resisteremo al desiderio di bruciare tutto consolandoci con la televisione satellitare che grazie al cielo prende i canali italiani, così possiamo goderci Il Grande Fratello. Ma vaff…!!!

E gloria sia quindi all’appartamento italiano (o quasi) a Teheran.



martedì 4 marzo 2008

Un weekend a Isfahan

Sono qui, a Teheran, da appena una settimana e già non vedo l’ora di scappare. Almeno nel fine settimana, almeno. Via dal traffico, via dallo smog, via dalla confusione, via.
Ed è quello che ho fatto, o meglio abbiamo fatto, il weekend scorso, cioè venerdì e sabato, perché in Iran la settimana mussulmana va dal sabato al mercoledì, mentre invece in ambasciata si lavora dalla domenica al giovedì (non a caso chiaramente, facendo così si media tra le settimane lavorative di Italia e Iran).
Così, accorrendo all’invito di un collega in ambasciata, il Secondo Segretario Marco Landolfi, ce ne siamo andati a Isfahan, ex capitale dello scià di Persia Abbas I.

Capolavoro dell’Islam, perla dell’Iran, gioiello dell’antica Persia, Isfahan è probabilmente la città più maestosa di questo paese. Divenne importante a livello “nazionale” all’inizio del 1500, quando i primi regnanti della dinastia safide scacciarono i mongoli, eredi del Gengis Khan, dal paese. Salito sul trono nel 1587, lo scià Abbas I, detto Abbas il Grande, scelse Isfahan come capitale del suo impero e si adoperò per farne una città grandiosa.
Il vero capolavoro dell’ex capitale dello scià è indubbiamente piazza Naqsh-e Jahan, o Imam Square: una piazza gigantesca nel centro della città, si mormora la seconda piazza piu’ grande del mondo dopo Tien An Men. La piazza che ospita l’insieme architettonico più maestoso di tutto il mondo islamico: la gigantesca e maestosa Moschea dell’Imam, l’elegante, delicata e perfetta Moschea dello Sceicco Lotfollah e il grandioso palazzo Ali Qapu.
Isfahan è anche celebre per i suoi ponti, undici in totale, di cui 5 antichi, che attraversano il fiume Zayandeh. Alcuni di questi ponti antichi sono meraviglie architettoniche ben conservate, tra cui spiccano il ponte Si-o-Seh, detto ponte dei 33 archi, e il ponte Khaju. L’atmosfera che si respira nei pressi e su questi ponti è fantastica: sono un punto di ritrovo e socializzazione della comunità locale, tanto che ospitano al suo interno o nelle strette vicinanze diverse sale da tè. Fantastico poi è il Bazar-e-Bozorg che circonda piazza dell’Imam: un labirinto di vicoli illuminato dalla luce del sole che filtra da delle aperture nella volta a cupole che protegge e racchiude il bazar. Un luogo magico riecheggiante di epoche passate, ma allo stesso tempo arteria vitale e centro del commercio della città.
Infine, altro luogo ricco di storia della città è Jolfa, il quartiere armeno, edificato all’epoca dello scià Abbas I per dare rifugio alla comunità cristiano-armena persiana, dove tutt’ora vivono migliaia di armeni in pace. Il nucleo storico della comunità armena di Isfahan è la cattedrale di Vank, costruita nella prima metà del 1600. Il complesso della cattedrale ospita anche il museo sul genocidio armeno perpetrato dai turchi nel 1915.

Al di là delle notizie storiche e turistiche, che mi premeva dare giusto per inquadrare la meta del nostro pellegrinaggio finesettimanale, Isfahan è una città molto piu’ vivibile di Teheran. Sebbene sia comunque piu’ caotica e trafficata delle città europee, almeno per strada si respira, si vede il cielo azzurro ed è tutto sommato una città abbastanza verde.
Soprattutto però a colpirmi è stata l’atmosfera di Isfahan: più rilassata, più vera.
Sono stati due giorni bellissimi, passati in compagnia, ridendo e scherzando. Mi sembrava di essere tornato in erasmus: ci siamo ritrovati in 13 nuovi amici, tra spagnoli, italiani, belgi, iraniani, uno svedese e un venezuelano. Tra stagisti, diplomatici, dipendenti dell’Eni, studenti e bottiglie di whiskey, vino e birra nascoste nelle borse. Un bellissimo hotel, quasi una casa famiglia in un angolo stupefacente della città.


mercoledì 27 febbraio 2008

Salam aleykom

Salve a tutti!
Finalmente vi scrivo da Teheran, dove sono arrivato domenica sera alle 23.00 ora locale, 20.30 ora italiana, per fortuna senza alcun inconveniente (a parte una corsa e una litigata all'aeroporto di Baku in un clima di stampo sovietico).
Per il momento va tutto bene, dormo in un hotel discreto a 5 minuti dall'Ambasciata, col mio collega Alessandro, anche lui stageur, ci siamo beccati subito bene e si fanno delle gran risate, e al lavoro per il momento sono stati tutti gentili e simpatici. Speriamo di trovare un mini appartamento entro breve altrimenti la faccenda si fa dispendiosa.

La città e' un delirio totale.
Ho avuto modo di farmi qualche giro per il quartiere, ovvero per una scheggia della megalopoli da 17/18 milioni di persone che e' Teheran, e vi garantisco che non ho mai visto un casino del genere. Il traffico e' qualcosa di schizofrenico, un caos totale a prima vista, ma con un minimo di ordine a quanto pare, altrimenti non si spiega il fatto che non sia tutto completamente bloccato da code, incidenti e ingorghi.
Ovviamente lo smog e' terribile, soffocante. Sia di giorno che di notte per le strade non si respira. Ho già la gola spaccata, spero solo di farci l’abitudine alla svelta.
Per l’esattezza ci troviamo nella parte vecchia della città, a sud, in una zona piena zeppa, ovviamente, di ambasciate (tra le quali si distinguono quelle Russa e Inglese, grandi sempre), di negozi di tecnologia, telefonini e strumenti musicali. Le vie sono sporche e, come del resto i palazzi, vecchie, rotte, in procinto di cadere a pezzi.
Ieri notte ci siamo arrampicati sul tetto dell’hotel e ci siamo goduti una visuale a 360 gradi della città: immensa. Non vedo l’ora di farmi un giro tra i grattacieli della parte moderna, al gigantesco bazar, che in realtà non e’ lontano da qui, e tra le montagne che circondano la città, culminanti nei 5.671 metri del Monte Damavand.
A presto.
aa

Teheran dal satellite.